I SENSI DELLA SCRITTURA

 

 

Littera gesta docet: la lettera insegna i fatti.

Quid credas allegoria: l’allegoria insegna cosa cre- dere.

Moralis quid  agas: la  morale  insegna  cosa  fare.

Quo tendas anagogia:  l’anagogia  indica  la  meta.            (Agostino di Dacia, OP, +1282)

 

6 AGOSTO – TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE

 

LETTERA (Matteo 17, 1-9): Gesù conduce sul monte Tabor Pietro, Giacomo e Giovanni, e si trasfigura divenendo come una fonte di luce. Pietro balbetta: “Signore, come è bello per noi essere qui”, e propone di piantare tre tende: per Gesù, per Mosè e per Elia che appaiono per conversare con lui; una nube avvolge la montagna e una voce proclama: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo”. I tre discepoli cadono tramortiti, ma poco dopo Gesù li riporta alla realtà terrena, mentre tutto torna normale intorno a loro. Scendendo dal monte, Gesù raccomanda di non parlare a nessuno della visione avuta, “prima che il Figlio dell’uomo sia risorto dai morti”.

ALLEGORIA: affermare che il volto di Gesù “brillò come il sole” e le sue vesti “divennero candide come la luce”, è un discorso in parte allegorico e in parte reale ed esperienziale. E’ allegorico perché richiama la luce soprannaturale, diversa da quella del sole, che si irraggiò sul volto e sulle vesti di Cristo. E’ reale ed esperienziale perché anche Mosè – quando parlava con Dio sul monte – diveniva “raggiante” nel volto e, poiché tutti potevano vederlo e ne avevano timore, Mosè decise di coprirsi col velo (Gen 34,39); e anche Paolo restò accecato per tre giorni dalla luce di Cristo che gli apparve sulla strada di Damasco (At 9,1-19). Possiamo considerare allegorie: a) la salita sul monte, che significa l’allontanamento dalle cose terrene e l’avvicinamento a Dio; b) l’apparizione di Mosè e di Elia, che rappresentano rispettivamente la Legge e le Profezie relative al Messia; c) la trasfigurazione di Gesù in quanto preannunzia la trasfigurazione dei nostri corpi mortali nella gloria del cielo; d) la discesa dal monte, che simboleggia il dovere di impegnarsi per il mondo, fino all’estremo sacrificio, come Gesù, come gli apostoli, come il Battista.

MORALE: l’evangelista Giovanni afferma che Gesù è “luce vera” (to fòs to alethinòn), e tale si mostrò ai tre fortunati discepoli, che rimasero sgomenti, specie Pietro, che avrebbe voluto contemplare quel volto luminoso il più a lungo possibile. E noi, che cosa dobbiamo fare? Anzitutto dobbiamo credere a tutto ciò che fu scritto nella Legge e nei Profeti nell’Antico Testamento relativamente a Gesù, che disse: “Voi scrutate le Scritture… sono proprio esse che danno testimonianza di me” (Gv 5,39), e ai discepoli di Emmaus, “cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui” (Lc 24,27). Dobbiamo poi contemplare il Volto di Gesù con gli occhi dei tre discepoli, per raggiungere anche noi il grado di fede di Pietro che confessò apertamente la divinità di Gesù, la fede di Giovanni che – più degli altri apostoli – proclamò nel suo vangelo la divinità di Gesù, e la fede di Giacomo che per primo, tra gli apostoli, offrì la sua vita per Cristo. Dobbiamo infine, come i tre discepoli, “ascoltare” sia la voce del Padre che – ancora una volta – proclama Gesù suo figlio diletto – sia gli insegnamenti di Gesù per viverli e metterli in pratica. Gesù stesso darà grande valore alla “voce” del Padre dicendo testualmente: “Anche il Padre ha dato testimonianza di me” (Gv 5,37).

ANAGOGIA: abbiamo buon motivo di esaltarci nella gioia dopo aver letto nel vangelo il miracolo della trasfigurazione che, come la nascita dalla Vergine e come la risurrezione, e come l’eucaristia, è un miracolo che Gesù ha operato su se stesso. E abbiamo motivo di “elevare i nostri cuori” nella speranza certa che un giorno “guarderemo a Cristo e saremo illuminati”.

P. Fiorenzo Mastroianni, OFM Cappuccino

 

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