Quella splendida iniziativa di pastorale giovanile

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Gesù disse: “Ti benedico, o Padre,

Signore del cielo e della terra,

perché hai tenuto nascoste queste cose

ai sapienti e agli intelligenti

e le hai rivelate ai piccoli.
(Mt 11,25)

 

Come tutti i pellegrini di Medjugorje, anch’io sento il bisogno di confessarmi e per prima cosa devo ammettere che facevo parte degli scettici perché l’evento si presentava come grande, anzi fondamentale, e mi dicevo che non era possibile: può mai venire niente di buono dall’Europa dell’est? Poi cominciai a ricordare che anche Gesù fu accolto così e pensai: cos’era Israele quando Dio lo scelse? e nella Palestina cos’era la Galilea? e nella Galilea cos’era Nazareth? e le donne poi, cos’erano le donne, soprattutto quelle povere e non ancora sposate? Eh sì: anche i farisei storcevano il naso e si dicevano: “studia, e vedrai che non sorge profeta dalla Galilea”. Dio agisce così, perché stupirsi?

Dunque ho deciso di partire (di “rispondere alla chiamata”, come si dice tra i pellegrini) e lì ho anche trovato uno dei tanti confratelli che ogni tanto vanno in quella terra benedetta, come bravi figli del Murialdo, che ci ha insegnato a seguire il percorso dei luoghi dove l’Immacolata ha voluto incontrare e trasformare la nostra storia.

Medjugorje è davvero un posto miracoloso e se non è miracoloso per la presenza di Maria, mediatrice di un impressionante fiume di grazia e di grazie, è miracolosa ancor di più perché se degli impostori hanno potuto mettere in piedi un tale movimento di evangelizzazione, siano benedetti i loro trucchi! A Medjugorje non c’è solo la voce o il ricordo di un lontano prodigio sulla cui autenticità si possa discutere, c’è una comunità parrocchiale che dal 1981 – in piena repressione comunista! – ha cominciato ad accogliere ed animare milioni di pellegrini mettendo al centro l’essenziale: Cristo e la sua misericordia, la messa, la confessione, la riconciliazione, l’adorazione, la conversione, il digiuno, la preghiera individuale e collettiva, la famiglia e la guarigione interiore ed esteriore, in una parola la Pace. A Medjugorje sono nati gruppi di preghiera e di volontariato, congregazioni maschili e femminili, iniziative di carità a favore dei giovani e delle donne in difficoltà, orfanatrofi e case di accoglienza per disabili; a Medjugorje è possibile incontrare veggenti e confessori della fede, maestri di preghiera e miracolati, testimoni della propria ed altrui conversione. Per un prete poi è una travolgente esperienza di riscoperta del proprio ruolo, della propria importanza e della propria piccolezza. E non si può fare altro che rinnovare il proprio ringraziamento per tutta questa grazia, ricevuta, amministrata, donata. Maria, la Regina della Pace, conduce tutti per mano e a tutti lascia un segno, una struggente nostalgia e la determinazione di tornare, di impegnarsi, di donarle il cuore, come insistentemente ci chiede, permetterle di svuotare il nostro intimo da tutte le pene, donarci suo Figlio e vederci finalmente in pace.

Medjugorje è poi una grande iniziativa di pastorale giovanile. Non solo perché attira tanti giovani; non solo perché affollano e animano i vari luoghi di riferimento del pellegrinaggio; non solo perché li si incontra sovente in preghiera, silenziosa, gioiosa, individuale, comunitaria; non solo perché tanti di loro hanno trovato o ravvivato la propria fede; non solo perché tanti di loro proprio lì hanno scelto o rinvigorito la propria vocazione; non solo per il grande festival dei giovani che ne raccoglie decine di migliaia nei primi giorni di agosto e nemmeno soltanto perché tanti si sono trasformati in autentici e credibili testimoni nei loro paesi d’origine. Oltre a tutto questo, Medjugorje è intrinsecamente un’esperienza di pastorale giovanile perché tutto nacque da sei giovanissimi che dissero di aver ricevuto un messaggio sconvolgente da una bellissima giovane apparsa su un monte impervio di uno sconosciuto paese, chiamato a scrollarsi di dosso una pesante repressione e scuotere la coscienza del mondo intero. Chi avrebbe dato questa fiducia a un gruppo di adolescenti e bambini? Chi avrebbe scelto di mettere al centro i giovani adolescenti per risvegliare la fede di un popolo e del mondo?

Si può discutere sull’autenticità di tutto questo straordinario evento ma non si può non ammettere che i suoi frutti sono profondamente evangelici: quale parroco non vorrebbe vedere una simile vitalità? Quale sincero lavoratore della Vigna del Signore non si rallegrerebbe e non benedirebbe tanta sincera devozione? E quale operatore di pastorale giovanile può negare che in ogni caso tutto questo conferma le più rosee previsioni di qualsiasi progetto che metta al centro i giovani?

Medjugorje insegna molto a chi lavora con e per i giovani: avere fiducia in loro e affidargli i compiti più impegnativi, raggrupparli ma lasciare che facciano la propria strada (i veggenti sono sposati e non tutti abitano in patria), diversificare gli impegni in base alle loro caratteristiche, spingerli ad attirare altri giovani, aiutarli a formare famiglie con solide basi spirituali e umane, non aver paura di proporgli mete ardue e percorsi di formazione esigenti.

Questa splendida iniziativa di pastorale giovanile non incontra sempre il favore che merita, soprattutto da lontano è difficile credere a qualcosa di così inusuale. Ma quando ci si reca laggiù e si vede il fervore la gioia delle celebrazioni, il pianto di pentimento e di liberazione dei pellegrini, la radicalità dell’impegno chiesto e testimoniato, la semplicità e la disponibilità dei veggenti si resta perplessi, scioccati: o è miracoloso perché è vero o altrimenti, se non è vero, è ancora più miracoloso!

Se andate a Medjugorje provate a staccarvi un po’ dalla folla e passeggiare dietro la chiesa di san Giacomo: dopo la spianata per le celebrazioni all’aperto troverete un viale tranquillo, dove il silenzio viene gelosamente custodito. Delle splendide cappelline con mosaici che illustrano i misteri della luce vi condurranno all’imponente Cristo Risorto di bronzo, vedrete delle persone con tanti fazzolettini che tergono il ginocchio della grande statua, dal quale esce una timida ma continua goccia d’acqua. Si prendono per portarle ai malati, si dice che siano lacrime. Forse è vero, forse no, ma il gesto ha una portata simbolica toccante. Lo farete anche voi e capirete dove vi ha portato la Regina della Pace: ad asciugare le lacrime di Cristo. E mentre asciugate le sue, Lui asciugherà le vostre.

Il coraggio e l’entusiasmo dei giovani può fare cose grandi quando è ben guidato: ci voleva il coraggio e l’entusiasmo di sette giovani (la Giovane Donna e i sei veggenti) perché questo tesoro non rimanesse nascosto.

Padre Sergio

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